30 domenica Ordinario - Sito di don Antonello

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30 domenica Ordinario

Liturgia della Parola > Tempo Ordinario
30 domenica Ordinario

Durante il suo cammino verso Gerusalemme, Gesù ci ha presentato vari argomenti che sono utili per la nostra crescita cristiana, e ci ha parlato della pace, della misericordia, della nostra conversione come ritorno a Dio, e della preghiera, argomento delle ultime domeniche, quando siamo stati esortati a pregare sempre, senza interruzione, per avere un rapporto e un dialogo diretto con Dio. Anche questa domenica la liturgia ci presenta ancora il tema della preghiera.
Il brano del Siracide ci ricorda che a Dio non è gradito chi gli offre tanti sacrifici o chi rivolge tante preghiere, ma ci ricorda che a Dio è gradita la nostra preghiera se non è solo un rapporto tra noi e Lui, ma la nostra preghiera è gradita se riusciamo a viverla nella nostra vita quotidiana con un grande amore per gli altri e per chi si trova nel bisogno. Siamo chiamati a vivere la nostra vita come preghiera, offrendola a Dio e ai nostri fratelli, come ha fatto Paolo.
Dopo che si è incontrato con Gesù sulla via di Damasco, Paolo ha vissuto la sua vita in totale unione con Dio e si è donato agli altri annunciando il Vangelo: ha trasformato la sua vita in una continua preghiera, offrendo completamente se stesso a Dio e ai fratelli. In questo brano che scrive a Timoteo, Paolo riconosce che ormai ha concluso la sua corsa e si aspetta che alla fine della sua vita il Signore gli conceda la corona di gloria perché ha vissuto in unione con Lui, vivendolo nell’amore agli altri.
La preghiera, più che essere una richiesta che noi rivolgiamo a Dio per ottenere qualcosa, è principalmente un dialogo, una vita che noi stabiliamo con Lui. E, come ci mostra la parabola raccontata da Gesù, ci sono vari modi per pregare. Ci viene presentata la figura del fariseo e del pubblicano che si recano al Tempio per pregare.
Dopo le varie accuse rivolte da Gesù, noi consideriamo i farisei come delle persone false, ipocrite, ma questo non è giusto perché i farisei si dedicavano completamente a osservare la Legge e cercavano di essere giusti nei confronti di Dio e nei confronti di ogni altra persona. Anche Paolo era fariseo.
I pubblicani erano considerati peccatori e traditori perché riscuotevano le tasse a favore dei romani, e si arricchivano a spese degli altri. Anche San Matteo era un pubblicano.
Nella preghiera che fanno al Tempio il fariseo dice cose giuste: dice che digiuna due volte alla settimana, che paga le tasse, come noi, e che paga anche per le spezie della cucina: è generoso. Ma è troppo pieno di se, e invece di alzare lo sguardo verso Dio, lo rivolge in basso, verso gli altri, che considera ladri, ingiusti, adulteri. Non riconosce che anche lui ha bisogno di essere salvato. È come noi, che tante volte ci riteniamo giusti e consideriamo gli altri come peccatori. E giudica negativamente anche il pubblicano. Non vede nel pubblicano il suo dolore, non vede il pentimento, non vede le lacrime, con capisce che è consapevole dei suoi peccati. Questo fariseo si sente superiore agli altri ed è convinto di non avere bisogno di Dio.
“Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore”: il pubblicano è consapevole dei suoi limiti, li affida al Signore e chiede che Dio lo perdoni. E Gesù conclude questa parabola dicendo “Questi (il pubblicano), a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”.
Se ci sentiamo giusti e non peccatori, torniamo a casa non giustificati, senza essere riusciti ad avere un vero rapporto con Dio, se invece siamo come il pubblicano che si riconosce peccatore, che non ha giudicato nessuno, che non si è messo al posto di Dio per giudicare gli altri, allora  torneremo a casa giustificati perché saremo veramente umili, perché essere umili vuol dire che dobbiamo attenderci tutto dal Signore come suo dono, e non attenderci tutto dalle capacità che pensiamo di avere

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