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30 domenica Ordinario

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30 domenica Ordinario

Oggi continuiamo la riflessione che abbiamo fatto domenica scorsa sulla preghiera, attraverso il brano del Siracide, la parabola del fariseo e del pubblicano e il brano di Paolo a Timoteo alla fine della sua vita, quando Paolo dice che ha offerto la sua vita di sofferenza come preghiera a Dio.
Tutti noi abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio, abbiamo bisogno della sua presenza, perché davanti a Dio noi siamo nulla: noi abbiamo valore solo se Dio è presente dentro ciascuno di noi e lo accogliamo, solo se viviamo la nostra vita mettendo in pratica la sua Parola. Abbiamo bisogno di vivere sempre uniti a Dio, perché siamo sue creature.
Il brano del Siracide ci invita ad apprezzare la preghiera dell’umile, ed è in stretta relazione con il Vangelo odierno. Questo brano inizia con le parole "Il Signore è giudice e per lui non c'è preferenza di persone”, e ci ricorda che a Dio, non è più gradito chi gli offre sacrifici più ricchi, e magari ha un comportamento ingiusto verso i poveri e gli oppressi. Purtroppo nella società, anche allora come oggi, c’erano delle persone favorite per simpatie personali o perché ricompensavano. Dio non è così: non fa preferenza di persone. Chi soccorre la supplica dell’orfano e della vedova, chi soccorre il lamento del povero, “è accolto con benevolenza, la sua preghiera arriva fino alle nubi”. Non basta la nostra preghiera. Per compiacere Dio, la nostra preghiera deve essere vissuta nell’amore agli altri, nell’amore ai bisognosi. Il cuore di Dio batte per quelli che sono oppressi da mali fisici e da mali morali, e i poveri e i sofferenti sono l'oggetto privilegiato di Dio.
I farisei erano devoti alla legge, e osservavano con scrupolo tutte le leggi di Dio, esortando il popolo a essere fedeli alla Legge di Mosè: erano persone giuste che vivevano la legge di Dio e che vivevano anche altre leggi che loro si erano costruite e che imponevano anche agli altri, ma che erano tradizioni umane che non venivano da Dio. Come purtroppo succede anche oggi, quando viviamo le nostre tradizioni e mettiamo da parte gli insegnamenti di Dio. Le nostre tradizioni per noi, molte volte, sono più importanti delle indicazioni che Dio ci manifesta.
Al Tempio, il fariseo dice cose giuste: paga la decima parte dei suoi introiti, come noi le tasse, paga anche per le tisane e per le spezie di cucina. E allora quale è il problema, visto che è generoso? È troppo pieno di sé, della sua bravura, e non c’è spazio per Dio. Il suo cuore è ingombro. Non riconosce che ha bisogno di essere salvato, ma, davanti a Dio, manifesta il suo ottimo stato di salute spirituale: osserva pienamente la legge di Mosè e le loro tradizioni. Invece di alzare lo sguardo verso Dio, rivolge il suo sguardo in basso, verso il pubblicano che disprezza come un peccatore e un traditore. Il ricco epulone era pieno delle sue ricchezze, e il fariseo odierno aveva fatto il suo idolo del suo devozionismo. Non c’era spazio per Dio e per gli altri.
           Se nei confronti degli altri abbiamo la presunzione che noi siamo giusti e buoni, se giudichiamo che siamo superiori agli altri, allora non siamo consapevoli che siamo creature di Dio e che abbiamo bisogno di Lui. Se ci riteniamo superiori agli altri, allora pensiamo che non abbiamo bisogno di Dio per migliorare, ci riteniamo a posto.
“Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore”: il pubblicano è consapevole dei suoi limiti, li affida al Signore e chiede che Dio lo perdoni. E così accade: “Tornò a casa sua giustificato”.
Paolo ha vissuto la sua vita con una unione totale con Dio, è stata la sua vita una preghiera continua, e alla fine della sua vita riconosce che sta per essere versato in offerta a Signore, riconoscendo che ha combattuto la buona battaglia, che ormai ha terminato la sua corsa e che ha conservato la fede, per ottenere la corona di giustizia che il Signore gli concederà. E anche a noi concederà questa corona, se vivremo tutta la nostra vita come preghiera, offrendola a Dio e a tutti i nostri fratelli, senza sentirci migliori e superiori a nessuno.

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