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13 domenica Ordinario

Liturgia della Parola > Tempo Ordinario
13 domenica Ordinario

Varie volte ci siamo chiesti “Chi è Gesù per me”, arrivando alla conclusione che per ciascuno di noi Gesù deve essere la nostra guida e la nostra Luce nelle varie decisioni che prendiamo ogni giorno. È colui che ci deve illuminare nelle varie scelte che facciamo.
E oggi la Liturgia ci mostra chi sono io per Dio, per Gesù, cosa vuole da ciascuno di noi, quale deve essere il nostro comportamento. Siamo amati da Dio, e questo amore cambia tutta la nostra vita e ci rende suoi seguaci. Infatti la Liturgia odierna ci propone la chiamata di Eliseo e la chiamata dei discepoli. Tutti noi siamo chiamati da Dio, e la chiamata di Dio è un progetto per la nostra vita.
Nel brano del primo Libro dei Re ci viene presentato Eliseo che ara un campo con dodici paia di buoi, perché la terra possa essere seminata. Ma arriva il profeta Elia, che ha ricevuto il compito di passargli il suo mantello per renderlo profeta: Eliseo si rende disponibile a questa chiamata, saluta i suoi genitori, offre in sacrificio due dei suoi buoi cuocendoli con la legna del suo giogo che ha distrutto: abbandona la sua vita passata e si rende libero, senza condizionamenti, mettendosi al servizio di Dio e dei fratelli.
Anche Gesù, come aveva fatto Elia, parte verso Gerusalemme, accompagnato dai suoi discepoli, per compiere la missione che gli è stata affidata dal Padre. Per arrivare a Gerusalemme deve attraversare la Samaria dove non viene accolto perché va verso Gerusalemme che era avversaria dei samaritani, e questo fatto provoca la reazione dei discepoli che vorrebbero una discesa di fuoco dal cielo, per distruggere il villaggio che non li ha voluti accogliere.
Durante questo cammino verso Gerusalemme ci sono tre momenti, con tre personaggi diversi.  Il primo, un tale, afferma “Ti seguirò dovunque tu vada”, ma subito lascia perdere questa sua decisione momentanea, perché seguire Gesù vuol dire affrontare tante scomodità (“il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”). Questo mancato discepolo assomiglia a noi, quando non sappiamo rinunciare alle nostre comodità.
Un altro riceve l'invito direttamente da Gesù: «seguimi!». Ma egli prende tempo e perde la sua occasione (“permettimi di andare prima a seppellire mio padre”). Gesù passa in quel preciso momento e non tornerà più a cercarlo. Quanto è simile a noi anche quest'uomo, che non sa riconoscere il tempo opportuno per cambiare la sua esistenza!
Anche il terzo promette di unirsi alla sequela di Gesù, “Ti seguirò, Signore”, ma non riesce a spezzare il legame con la sua vita precedente, “prima, però, lascia che io mi congedi …”. Quante volte succede anche a noi di guardare indietro nella nostra vita invece di abbandonarci completamente al Signore.
Diventare discepoli del Dio di Gesù è un impegno che dura tutta la vita, che richiede molta energia e sacrificio. Come cristiani chiediamoci come è la nostra risposta alla chiamata: la nostra risposta è pronta come quella di Eliseo, oppure è dubbiosa come quella di chi non vuole rinunciare alle sue comodità, vuota come quella di chi ha altre cose importanti, o non sa staccarsi da se stesso e dal suo egoismo?
Per seguire Cristo occorre essere pronti a camminare verso la luce, a servizio degli uomini e non più a servizio di noi stessi e dei nostri piccoli comodi. Seguirlo, richiede disponibilità ad abbandonare benessere e sicurezza: "il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo". Per incontrare Dio, dobbiamo liberarci anche dalle relazioni umane che possono diventare degli idoli.
Come ci dice Paolo, lasciamoci guidare dallo Spirito, nell’amore verso Dio e verso i nostri fratelli. Dobbiamo esclamare con la nostra vita “Sei tu, Signore, l’unico mio bene”.

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