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3 domenica Quaresima

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3 domenica Quaresima

Credo che tutti nella nostra vita, in una situazione difficile, o di malattia o per qualche lutto o per qualche difficoltà in cui ci siamo trovati, credo che tutti abbiamo detto “Cosa ho fatto di male per meritarmi questo?”, “Che croce che mi ha dato Dio”, “Se Dio è buono, perché permette tanti disastri e mi lascia in mezzo al male?”. Quale immagine abbiamo noi di Dio? Forse siamo stati educati a pensare a un Dio che punisce, che ci sorveglia perché non facciamo del male, e se facciamo del male, pensiamo che Lui sia pronto a prendersela contro di noi. Questa immagine di Dio, non è evangelica.
Ma Dio non ci abbandona, è sempre presente, e questo ce lo mostra l’esperienza di Mose che nel roveto che arde senza consumarsi, vede Dio che è presente, che ha una presenza che non si consuma (roveto ardente). E Dio, parlando con Mosè, si manifesta come “il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”, cioè il Dio che ha intrecciato la sua storia con la storia degli uomini, e, continua, che Dio ha osservato e udito la pena del popolo, che conosce le sue sofferenze. Dio c’è, è presente e sta in mezzo alle nostre sofferenze.
Nel Vangelo odierno, ci sono due parti: nella prima parte Gesù è interrogato per due fatti di cronaca nera, e nella seconda parte abbiamo una parabola che esprime l'azione paziente del vignaiolo, che cerca di salvare, con il suo lavoro, il fico che non dà frutti.
Anche gli ebrei del tempo di Gesù erano convinti che se ti succede qualcosa, Dio ce l’ha con te per il tuo peccato. Gesù risponde che la causa della morte provocata dai soldati romani di quelli che offrivano il sacrificio a Dio, e la causa della morte dei 18 Galilei sepolti dal crollo della torre di Siloe, non è per i loro peccati, ma la causa è l’imperizia dei costruttori della torre (come succede anche oggi da noi per tanti crolli) ed è stata la violenza dei soldati Romani.  Non esiste un intervento di Dio, ma le cose possiedono una loro autonomia. Gran parte del dolore che viviamo ce lo siamo creati noi, non è Dio che ce lo manda. La croce ce la danno gli altri o ce la diamo noi stessi abusando della natura e non agendo con giustizia e sfruttando in malo modo il mondo. Dio ci lascia liberi, perché vuole che noi siamo dei figli, e non dei sudditi.
Nella seconda parte del brano del Vangelo, Dio è rappresentato dal vignaiolo che si preoccupa dell’albero di fichi che non produce frutti: non vuole tagliarlo perché non produce frutti, ma aspetta e spera che produca. Lo zappa attorno e lo concima, nella speranza che produca frutto: così agisce anche Dio con ciascuno di noi.
Zappa nella nostra vita, ci concima, pota le realtà e i nostri affetti umani che ci allontanano da Lui, e aspetta che noi produciamo frutti buoni di amore e di pace nella nostra vita, e, purtroppo, qualche volta aspetta invano.

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