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3 domenica Ordinario

Liturgia della Parola > Tempo Ordinario
3 domenica Ordinario

In questa terza domenica del tempo ordinario, in particolar modo nel brano di Neemia, prima Lettura, e nel brano del Vangelo di Luca, risuona con particolare significato la parola di Dio.
Neemia ci parla di Esdra, uno scriba di Gerusalemme, che ha ricondotto in Israele il popolo ebreo dall’esilio a Babilonia, e ora deve ricostruire le mura della città e deve far riprendere al popolo la vita di sempre: Esdra raduna il popolo e legge la Parola di Dio, spiegandone il significato.  Il popolo ascolta con attenzione,  piangendo perché sperimenta l’amore di Dio, e poi esclama: "Amen, amen", riconoscendo vera la parola divina che ha appena ascoltato. La parola “amen” significa "è vero” e noi, rispondendo “amen”, diciamo che è vero quello che abbiamo sentito, acconsentiamo a quanto abbiamo ascoltato. "Amen", è una parola che ripetiamo spesso durante la liturgia, forse senza pensarci.  Spesso diciamo “amen” quasi senza accorgercene, senza pensare che in quel momento stiamo dicendo che siamo d’accordo, che siamo favorevoli a quello che abbiamo sentito e che vogliamo viverlo. Esclamando “amen” il popolo ebreo si dichiara disponibile a osservare e mettere in pratica la Parola di Dio.
La comunità ebraica, riunita nella Sinagoga, si nutriva sempre della Parola di Dio, e Luca, nel brano del Vangelo, ci racconta della presenza di Gesù a Nazaret nella sinagoga del paese, Nazareth dove ha vissuto la sua infanzia con i genitori, fino al momento in cui inizia la sua attività missionaria, e qui, nella Sinagoga, ha l'opportunità, come tutti gli israeliti, di leggere la parola di Dio.
Gesù inizia la sua attività a Nazareth, alla periferia di Israele, e non la inizia a Gerusalemme con i potenti e con i sacerdoti, ma la inizia con i poveri e i prigionieri, in periferia: quello che è importante per Gesù non è il potere dei sacerdoti e del re, ma quello che è importante per Gesù, è l’uomo, la persona: noi siamo importanti per Lui.
Nella Sinagoga gli capitò in quel sabato di leggere il testo del profeta Isaia, in cui si parla della venuta del messia, che deve portare il lieto annuncio ai poveri, che deve proclamare la liberazione, ridare la vista ai ciechi e “proclamare l’anno di grazia del Signore”: è l'anno giubilare, l'anno in cui è più potente il dono della misericordia verso tutti.
“Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”, conclude Gesù dopo la lettura del brano di Isaia. Gesù adatta questo brano alla sua missione e alla sua presenza, e dice che con lui si realizza tutto quello che aveva detto il profeta. Il popolo aspettava la venuta del Messia, di colui che li avrebbe liberati dalla schiavitù di Roma, e si aspettavano dal discorso di Gesù che dicesse che Dio non si era dimenticato della loro schiavitù e che aveva mandato Gesù per liberarli, e, “mentre gli occhi di tutti erano fissi su di lui”, il popolo resta sconvolto, perché non si aspettava questo discorso, e non gli credettero, come sentiremo domenica prossima nel Vangelo, perché non vedono in lui il Messia liberatore che si aspettavano.
Anche noi ci nutriamo continuamente della Parola di Dio: quale posto occupa nella nostra vita, questa parola che ascoltiamo? Siamo sempre disposti ad accoglierla e a viverla pienamente? Sentendo la Parola, diciamo nel nostro cuore “amen”? La Parola di Dio deve trasformarci in persone nuove, e la persona nuova che dobbiamo essere è Gesù Cristo. Gesù è il corpo, e noi, come ci dice Paolo, siamo sue membra, siamo diversi l’uno dall’altro, ma formiamo un unico corpo in Cristo.
Luca ha scritto il Vangelo per Teofilo, che non sappiamo chi fosse. Il nome Teofilo, però, significa “colui che ama Dio”: Noi, amiamo Dio? Diciamo sempre di sì! Allora anche noi siamo “Teofilo”, e quindi il Vangelo è stato scritto per ciascuno di noi, in modo che possiamo ricevere e accogliere i vari insegnamenti che ci offre.

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