27 domenica Ordinario - Sito di don Antonello

Sito di don Antonello
Vai ai contenuti

27 domenica Ordinario

Liturgia della Parola > Tempo Ordinario
27 domenica Ordinario

Tante volte la nostra fede in Dio va in crisi e perdiamo la speranza, quando vediamo il male che cresce sempre più nella nostra società, quando vediamo il trionfo dei disonesti e assistiamo a tanti omicidi, e la nostra fede può crollare vedendo lo svilupparsi delle guerre e lo sterminio di tanti innocenti anche per cause naturali. Eppure preghiamo spesso per risolvere queste tristi situazioni, e ci sembra che Dio non ci ascolti e non si interessi di noi. Tutto sembra finire male: i politici ci deludono, il male penetra sempre più nel nostro mondo, e noi perdiamo la fiducia in un futuro migliore; e ci lamentiamo con Dio che non ascolta le nostre preghiere.
Anche il profeta Abacuc è sconfortato perché il popolo di Israele deve continuamente lottare per sopravvivere a causa delle popolazioni egiziane, Assire, babilonesi e dei Caldei, e, come spesso facciamo noi, si lamenta e, quasi, rimprovera Dio perché non interviene a frenare l’iniquità che invade il mondo, e non interviene neppure quando il popolo gli rivolge delle richieste: “Fino a quando a te alzerò il grido ‘Violenza’ e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?”. Ma la Parola di Dio non si fa attendere, ed esorta ad attendere la soluzione dei problemi con la speranza, “perché certo verrà e non tarderà”, e verrà quando il Signore lo riterrà opportuno. Dio invita ad avere fede.
Queste parole del Signore sono parole di consolazione, specialmente quando abbiamo questi momenti di sconforto, perché ci ricorda la fine del male, ci ricorda che ci sarà il trionfo della giustizia e del bene.
Abacuc è esortato a fidarsi, e Timoteo riceve una commovente lettera da Paolo incarcerato, ed è invitato a non temere nulla e a continuare ad annunciare il Vangelo senza vergognarsi di dare testimonianza al Signore, soffrendo per il Vangelo, anche in mezzo alle persecuzioni. Questo avveniva tanti secoli fa, ma ancora oggi in tante nazioni si muore per il nome di Cristo! E anche a noi oggi Paolo rivolge l’invito che aveva fatto a Timoteo, di ravvivare il dono che Dio gli aveva concesso, cioè il dono della fede e della grazia. Non dobbiamo perdere la nostra fiducia nei confronti di Dio, anche se vediamo che le cose intorno a noi non vanno bene, e anche se vediamo che il Signore non soddisfa sempre le nostre richieste. Dio ha camminato nel deserto con il popolo, ha sofferto, ha amato e lo ha sorretto nelle difficoltà: ha sempre mostrato che ama l’uomo, intensamente. Avere fede vuol dire che dobbiamo abbandonarci nelle sue braccia. Dio ci chiede fiducia e speranza.
Il Signore chiede molto alle persone che chiama: agli apostoli ha chiesto di abbandonare tutto, chiede di non fare affidamento sulle ricchezze inique e di metterci a disposizione dei bisognosi (parabola di Lazzaro), e per realizzare questo è necessaria la fede, la fiducia in Dio. La fede di cui ci parla non è solo avere un rapporto di dialogo con Dio attraverso le nostre preghiere, (prego, quindi ho fede in Dio), e tante volte, quando vediamo una persona che prega diciamo “Guarda quanta fede ha quello”, (facevano così anche i farisei): ma la fede non si esprime solo pregando. La nostra fede dobbiamo dimostrarla con la nostra vita. Madre Teresa di Calcutta, donna fragile, non ricca, non particolarmente dotata, come avrebbe potuto realizzare la sua opera, se non avesse avuto una fede così grande da trasportare le montagne? Quello che è importante non è tanto la quantità, ma la qualità! Non basta pregare, bisogna vivere da salvati.
Gli apostoli sperimentano la loro mancanza di fede, e rivolgono a Gesù quella preghiera che dovrebbe essere anche la preghiera di ciascuno di noi: "Accresci in noi la fede". Gesù racconta la parabola dell’agricoltore e del suo servo, che unisce il tema della fede al tema del servizio. Le parole conclusive del brano del Vangelo potrebbero sembrarci offensive, quando dice che dobbiamo esclamare “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”, nulla di più.
Siamo “servi inutili” perché il mondo non lo salviamo noi, ma il mondo è già stato salvato da Gesù Cristo: siamo servi inutili, ma servi inutili che Dio rende preziosi per annunciare il Vangelo, e dobbiamo annunciarlo con un cuore compassionevole e pieno di pace, che sia fecondo e accogliente verso tutti. Il resto, lasciamolo fare a Dio.

Torna ai contenuti