28 domenica Ordinario - Sito di don Antonello

Sito di don Antonello
Vai ai contenuti

28 domenica Ordinario

Liturgia della Parola > Tempo Ordinario
28 domenica Ordinario

La Liturgia oggi ci ricorda che è necessario ringraziare sempre, non solo per il dono della vita, ma dobbiamo ringraziare sempre Dio perché da lui siamo stati creati e lui ci rinnova continuamente.  Lui ci fa nuovi.
Domenica scorsa gli apostoli hanno riconosciuto che in loro doveva crescere la fede, e anche questa domenica ci viene riproposto il tema della fede, attraverso la guarigione di alcune persone lebbrose.
La lebbra era una brutta malattia presso il popolo ebreo (come sono tremende e ci fanno soffrire tutte le malattie che anche noi abbiamo), ma la lebbra piagava fisicamente tutto il corpo, ed era una piaga fisica e anche sociale, perché chi aveva la lebbra era emarginato dal resto della società in quanto era considerato un impuro e un peccatore.
La prima lettura ci presenta Naaman il siro, un pagano colpito dalla lebbra, che viene inviato al re di Israele, con tanti doni, per essere guarito, e poi arriva dal profeta Eliseo che rifiuta i doni, perché l’opera di Dio non si può comprare. Ed Eliseo lo invita a bagnarsi sette volte nel fiume Giordano per poter guarire. Naaman è titubante perché in Siria c’erano fiumi migliori del Giordano, però, su consiglio dei servi si immerge nel Giordano “e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo”. E Naaman, ritornò da Eliseo per ringraziare, ed esclamò “ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele”.
Gli stranieri, i pagani, che sono ritenuti esclusi, mostrano una migliore predisposizione ad accogliere, come ha fatto Naaman al tempo del profeta Eliseo, e come ci presenta il Vangelo odierno con l’episodio del samaritano, lebbroso, straniero, che ritorna a ringraziare il Signore per la guarigione.
Nel viaggio verso Gerusalemme, in un villaggio, Gesù incontra 10 lebbrosi, che, fermandosi a distanza a causa della loro malattia, gli rivolgono questa preghiera “Gesù, maestro, abbi pietà di noi”, che è la stessa preghiera che ciascuno di noi rivolge, all’inizio di ogni celebrazione eucaristica, quando diciamo “Signore, pietà”. Tutti questi lebbrosi vengono guariti dall'intervento di Gesù, che toglie loro il male fisico e dà la possibilità che possano entrare nuovamente a far parte della comunità; fra questi 10 lebbrosi solo il Samaritano, considerato eretico perché credeva in un altro Dio diverso dal Dio degli Ebrei, solo lui ritorna indietro da Gesù a rendere lode a Dio. Gli altri invece corrono dal sacerdote perché decreti la loro guarigione e possano essere riammessi nella società. Solo questo Samaritano invece torna indietro a ringraziare, dimostrando umiltà e riconoscendo che per lui Gesù è il Figlio di Dio che sconfigge il male fisico e morale. E Gesù gli dice “Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato”.
“Ringraziare”, vuol dire che siamo coscienti di aver ricevuto un beneficio del quale siamo contenti, e allora ringraziamo, come questo samaritano che riconosce la gratuità del dono di Dio, e con umiltà mette la sua piccolezza davanti a Dio, dicendo “grazie”. L’ingratitudine, invece, è di quelle persone che hanno ricevuto un beneficio, ne godono di questo beneficio, ma pensano solo a se stessi, dimenticando da chi hanno ricevuto il beneficio, come spesso facciamo anche noi, nei confronti delle persone che sono solidali con noi, e come facciamo nei confronti di Dio. Non sempre ringraziamo gli uomini e non ringraziamo Dio per tutti i benefici che ci concede.
Paolo, che precedentemente perseguitava i cristiani, nel brano a Timoteo, ci mostra la sua vita di fede che è iniziata con la sua conversione e si è conclusa con il suo martirio, e ci offre queste parole, che devono influire nella nostra vita: “Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con Lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, Lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso”. Anche noi dobbiamo vivere una vita di fede.
Dobbiamo sempre saper dire “grazie” a Dio e ai nostri fratelli, attraverso tutta la nostra vita di amore.
Chi ringrazia Dio è certamente una persona che vive di fede.


Torna ai contenuti