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3 di Pasqua

Liturgia della Parola > Pasqua
3.a domenica di Pasqua

Incontrando il Risorto, siamo chiamati a testimoniare la Morte e la Resurrezione di Gesù, con le nostre parole e con la nostra vita, come hanno fatto gli Apostoli che riempiono Gerusalemme della loro testimonianza, nonostante avessero ricevuto l’ordine di non parlarne (infatti esclamano “Bisogna obbedire a Dio e non agli uomini”), prima lettura, e arrivare a riconoscere in Gesù l’Agnello che si è immolato per la nostra salvezza (seconda lettura).
Gesù, agli Apostoli, si era presentato come Risorto attraversando le porte sprangate del Cenacolo, era comparso improvvisamente ai loro occhi, mentre il Vangelo odierno ci mostra che Gesù Risorto appare agli Apostoli in un episodio della loro vita, mentre pescano, e Gesù si manifesta come cuoco e servitore.
Alcuni degli Apostoli, precedentemente erano pescatori nel lago di Tiberiade, fino a quando non avevano incontrato Gesù che li aveva invitati a seguirlo. Ora Gesù è morto, e non hanno ancora sperimentato personalmente che invece Lui era Risorto, e allora ritornano a pescare, a fare quello che facevano prima, perché con la morte di Gesù, tutto sembra finito.
Il lago di Tiberiade è una grande risorsa economica per la popolazione, perché è ricco di pesci, “ma quella notte non presero nulla”, ci dice Giovanni; e questo ci può far pensare a un versetto del Salmo 126, che dice “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori”: abbiamo la possibilità di fare tante cose, ma se siamo lontani da Dio, costruiamo invano e non peschiamo nulla, anche se ci sono tanti pesci, come nel Mare di Galilea. Non presero nulla.
“Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù”, e Gesù chiede se hanno qualcosa da mangiare, ma non hanno niente, perché non hanno pescato, e allora Gesù li invita a buttare nuovamente le reti: solo in seguito alla parola di Gesù i discepoli possono trarre dal mare un enorme quantitativo di pesce. La fede è l'unica prospettiva che ci garantisce stabilità e sicurezza anche quando siamo colti dalla sensazione di essere abbandonati o quando siamo in mezzo allo sconforto e alla disperazione: solo Cristo può risollevarci, perché solo lui è il Risorto che ha vinto e sconfitto la morte.
Quando ritornano a riva, però, Gesù ha già cotto del pesce e ha provveduto anche ad avere del pane, e li invita a mangiare: Gesù si mette al servizio dei suoi, si mette al servizio anche di noi, nella vita quotidiana, per cui noi non siamo mai soli, ma ci accompagna anche nelle occasioni che solitamente definiamo elementari o marginali, nella nostra vita quotidiana. Ci accompagna sempre.
Alla fine del pasto Gesù si rivolge a un altro didimo, a un altro nostro gemello come era Tommaso incredulo, si rivolge a un altro discepolo che ci assomiglia: Pietro. Gesù è Risorto, ma Pietro ha ancora il cuore chiuso e non riesce a perdonarsi, ma Gesù lo raggiunge nella sua tristezza, e gli manifesta tutto il suo amore. Amore per Pietro e amore per noi. E per tre volte domanda a Pietro “mi ami più di costoro?”, e forse glielo chiede tre volte per ristabilire il rapporto che tra loro si era infranto quando Pietro per tre volte aveva negato di essere un suo discepolo.
A Gesù non importa nulla della fragilità di Pietro, né del suo tradimento, non gli importa se Pietro non si considera all’altezza, non gli importa se non sarà capace. Chiede a Pietro solo di amarlo, così come riesce. E lo chiede anche a tutti noi di amarlo. E Pietro risponde “Tu sai che ti voglio bene”, e Gesù conclude dicendo “Seguimi”. E Pietro è pronto ad aiutare i fratelli nel cammino verso la salvezza: è disponibile a essere il primo Papa.
E oggi, anche a ciascuno di noi, Gesù chiede “Mi ami?”. Rispondiamo come Pietro “Tu sai che ti voglio bene”, ma dimostriamolo con la nostra vita di amore e di misericordia.

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