19 Ordinario - Sito di don Antonello

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19 Ordinario

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19 domenica Ordinario
La regina Gezabele aveva introdotto presso il popolo ebreo il culto del dio Baal, e il profeta Elia aveva ucciso i sacerdoti di Baal perché sperava di riportare il popolo vicino a Dio, ma la gente lo abbandona e la regina promette di vendicarsi sul profeta, ed Elia, scoraggiato, è costretto a fuggire e a nascondersi, e una notte la passò in una caverna nel monte Oreb, dove si incontra con Dio. “Ci fu un vento impetuoso, […] ma il Signore non era nel vento”, poi il terremoto, il fuoco, ma non era il Signore, il quale invece gli appare in una brezza leggera e lo incoraggia a compiere la sua missione, anche se Elia, arrogante e violento, non è stato migliore dei suoi predecessori. In tutto ciò che spaventa l'uomo, che lo minaccia, che gli fa perdere serenità e speranza, Dio non c'è.
Anche Gesù, in un certo senso, è scoraggiato perché hanno ucciso Giovanni Battista, e anche perché gli apostoli non lo comprendono pienamente e “costrinse i discepoli a precederlo sull’altra riva”.
Grano e zizzania. La nostra vita è fatta così: mischia luce e ombra, momenti esaltanti e momenti faticosi, grandi gioie e forti dubbi. E siamo messi davanti alla violenza: come Elia, che deve fare i conti col proprio fanatismo; siamo messi davanti a quella politica che spazza via gli avversari come il Battista, cosa che succede anche oggi; siamo messi davanti all’egoismo che impedisce ai discepoli di capire il gesto d’more del Maestro che si intrattiene e moltiplica i pani per sfamare la gente (vangelo della 18 dom. che non abbiamo letto perché abbiamo celebrato la Trasfigurazione).
Elia, che vorrebbe morire nel deserto, non si mette a piangere su se stesso, ma si mette in cammino: pensava di aver vinto perché aveva versato il sangue dei sacerdoti, suoi avversari, ma, sul Monte della Alleanza, ha capito che Dio non è nella violenza, ma è nell’Amore e nella Misericordia. E purtroppo anche oggi si continuano a uccidere gli altri nel nome di Dio. E anche noi “uccidiamo” gli altri, anche con le nostre parole e con le nostre critiche.
Ma Gesù non abbandona neppure i suoi discepoli, anche se non lo hanno capito, e va loro incontro camminando sulle acque, affrontando anche il mare in tempesta che ha spaventato i discepoli, Gesù va loro incontro anche affrontando le forze contrarie della natura. E, nel cuore della notte, sono raggiunti dal Signore, che essi vedono solo come un “fantasma”: non lo hanno riconosciuto quando ha moltiplicato i pani per sfamare tanta gente, e, tanto meno, lo riconoscono ora. Per loro è un fantasma.
Gesù viene camminando sulle acque, padroneggiando proprio sulle paure più terribili che possiamo immaginare, quelle che ci impediscono di gioire, che ci tagliano il fiato, come la malattia, la morte di qualcuno che amiamo, l'abbandono, la solitudine. Però il Signore viene da noi.
Pietro vuole raggiungere il Maestro camminando anche lui sulle onde, camminando sulle difficoltà: si fida, muove i primi passi e poi miseramente sprofonda nel lago agitato. E Pietro fa esperienza che è il Signore che lo salva quando si trova nelle difficoltà. “Coraggio, sono io, non abbiate paura”. Pietro non si getterà più dalla barca, non vorrà più per sé un futuro eroico, starà seduto a guidare il timone per portare i fratelli all'altra riva. E questi, siamo noi. E Pietro, Papa Giovanni, Giovanni Paolo II, papa Francesco, continuano a guidare la Chiesa in mezzo a queste onde del mare in tempesta in cui ancora oggi ci ritroviamo. Ma il Signore continua a dirci “Coraggio, sono io, non abbiate paura”.
Nelle tempeste della nostra vita non siamo soli: il Signore ci raggiunge. Sempre. “Coraggio, sono io, non abbiate paura”.

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