26 domenica Ordinario - Sito di don Antonello

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26 domenica Ordinario

Liturgia della Parola > Tempo Ordinario


26 domenica Ordinario

Domenica scorsa, con le parole di Amos e con la parabola dell’amministratore infedele che per assicurarsi il suo futuro condona parte dei debiti che i debitori hanno nei confronti del padrone, la liturgia voleva farci riflettere sull’uso che facciamo delle nostre ricchezze. Questo amministratore è stato lodato da Gesù non perché sia stato disonesto, ma perché ha voluto assicurarsi di venire aiutato dagli altri per poter trascorrere decentemente il suo futuro.
Anche oggi la Liturgia ci presenta il tema della ricchezza e della povertà, e il profeta Amos rimprovera i notabili e i ricchi del paese perché cercano il loro benessere materiale, vivono in mezzo a un lusso sfrenato e si disinteressano della situazione degli altri che sono al loro fianco e dei quali dovrebbero interessarsi: “Guai agli spensierati …, canterellano al suono di arpe …,  bevono il vino …, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano”.
Nel brano del Vangelo ci vengono presentate due figure che sono in netto contrasto tra di loro: il povero Lazzaro e un ricco, definito “epulone” perché gli piace banchettare e mangiare continuamente.
Il ricco vive nell'abbondanza e nei piaceri, mentre Lazzaro è alla sua porta, debole e malato, pieno di piaghe. Il ricco divora il cibo pulendosi il grasso delle mani immergendole nella mollica che poi mangiano i cani, mentre Lazzaro è alla porta e avrebbe mangiato volentieri quei pezzi di mollica: vivono vicini, ma il ricco non si rende conto neppure della presenza di Lazzaro. L’amministratore di domenica scorsa è stato furbo e scaltro, trovandosi amici perché lo possano aiutare, anche se è stato disonesto, ma questo ricco è completamente chiuso nella sua ricchezza, che lo uccide per sempre.
Alla fine, tutto cambia: “Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto”, e sta negli inferi tra i tormenti. In quel momento il ricco si ricorda di Abramo, e gli chiede di essere aiutato da Lazzaro, e dice: “manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, …, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre …” per ammonire i miei fratelli. Ora il ricco vede Lazzaro, mentre prima non lo vedeva.
Dopo la morte non ci servono a nulla tutte le ricchezze umane che abbiamo, non ci daranno nessun conforto, mentre il povero sarà sempre amato da Dio. Il Paradiso lo conquistiamo nella nostra vita con il nostro atteggiamento. Non lo compriamo con le nostre ricchezze, ma lo guadagniamo già da oggi offrendo noi stessi a Dio e agli altri, e lo guadagniamo offrendo anche i nostri beni per alleviare le sofferenze degli altri, e non usandoli egoisticamente. E ce ne sono tanti che soffrono: i profughi, i terremotati, quelli che sono oppressi per la loro fede, le persone che non riescono ad andare avanti economicamente, tante persone che intorno a noi soffrono la fame …  Dobbiamo saper rinunciare a noi stessi e al nostro egoismo, per essere sempre in amicizia con Dio e con tutti i nostri fratelli. Le nostre ricchezze non servono per chiuderci e renderci schiavi dei beni materiali, ma sono utili per farci uscire dal nostro egoismo e aprirci alle necessità degli altri.
San Paolo, nel brano della prima lettera a Timoteo, gli dice (e lo dice anche a ciascuno di noi), “cerca di raggiungere la vita eterna”, e deve essere questo il nostro cammino, e ci indica anche la strada da seguire: “tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede”.
“Gesù Cristo da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà”.

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