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26 domenica Ordinario

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26 domenica Ordinario

Domenica scorsa abbiamo parlato dei beni e delle ricchezze che sono state acquisite con imbrogli e vessazioni: il profeta Amos aveva parlato dei commercianti che erano tristi nei giorni del forzato riposo, e aspettavano di riprendere i loro affari disonesti e di sfruttamento dei poveri, e Luca ci aveva presentato la parabola dell’amministratore disonesto che si ingegna con i debitori del suo padrone, condonando parte dei debiti, perché lui, anche senza lavoro, in seguito, possa avere un futuro tranquillo e di benessere.
Oggi, Amos, nel brano odierno, con le parole “Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria”, ci presenta l’immagine di queste persone, che si sentono tranquille e vivono “distesi su letti d’avorio e, sdraiati sui loro divani, mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla”, canterellano, bevono il vino in larghe coppe …, ma non si preoccupano della rovina di Giacobbe, non si preoccupano della fine del Regno di Israele. Sono tranquilli perché hanno i loro beni e sono possidenti. Tutto il resto, per loro, non conta. Quel “guai” che dice Amos alle persone corrotte significa che con la loro vita si sono messi fuori del regno della vita.
Luca, che domenica scorsa ci ha parlato dell’amministratore infedele, oggi ci parla di pranzi e di cene, presentandoci la parabola del povero Lazzaro e del ricco epulone che si dedica ai banchetti: “C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe”, e non il ricco epulone.
Quale è la conseguenza dell’atteggiamento di questi ricchi? Amos profetizza che il regno di Israele sta per cadere nelle mani degli Assiri che deporteranno gli abitanti, e i ricchi dissoluti "andranno in esilio in testa ai deportati", mentre la parabola del vangelo continua così: "Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo", nel luogo degli eletti cari a Dio. "Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui", e questo ricco chiede che Lazzaro vada a convertire i suoi 5 fratelli perché non finiscano anche loro in quel luogo di tormenti.
La strada per non arrivare nel luogo del tormento è quella di accogliere e vivere la Parola di Dio, usando saggiamente i propri beni e avendo attenzione per le persone che si trovano in difficoltà. Questo ricco epulone non si salva perché è ricco, ma non si salva perché non ha saputo usare bene le sue ricchezze: era orientato al divertimento, era distratto dai suoi banchetti, e non aveva la capacità di vedere il povero che aveva bisogno del suo aiuto e della sua misericordia.
Mettiamo in pratica le parole che Paolo ha rivolto a Timoteo, e che oggi rivolge anche a ciascuno di noi: “tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato”. Il Paradiso lo conquistiamo già dalla terra, attraverso la nostra vita.
Tutti noi siamo orientati verso il Paradiso: il Regno dei Cieli non lo compriamo con le nostre ricchezze, ma lo guadagniamo già da oggi offrendo noi stessi a Dio e agli altri, e lo guadagniamo offrendo anche i nostri beni per alleviare le sofferenze degli altri. E ce ne sono tanti che soffrono: i profughi, i terremotati, quelli che sono oppressi per la loro fede, le persone che non riescono ad andare avanti economicamente, …  Dobbiamo saper rinunciare a noi stessi e al nostro egoismo, per essere sempre in amicizia con Dio e con tutti i nostri fratelli.
“Gesù Cristo da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà”.

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